giovedì 10 agosto 2017

Michelangelo RAMPULLA


Nasce, juventino, a Patti, in provincia di Messina, il 10 agosto 1962. Cresce nella Pattese e, diciottenne, muove i primi passi, nel calcio che conta, con la maglia del Varese, in Serie B, dove ben presto conquista la maglia di titolare ai danni dell’esperto Rigamonti. «Mi portano su due dirigenti, Beppe Marotta e Gigi Piedimonte. Ho diciotto anni, vado a fare il terzo, titolare in Primavera. O no? No. In Coppa Italia si infortuna il primo, Nino Trapani. Al debutto in campionato, l’allenatore, Fascetti, mette il secondo, Enrico Nieri. È sfortunato, becca quattro goal. Alla seconda, esordio in casa col Milan, retrocesso per lo scandalo scommesse, mette me. Il Milan. Fino a tre mesi prima giocavo con le figurine dei suoi giocatori, me li sono trovati davanti. Partita mitica, 0-0, primo articolo sulla “Gazzetta”. Tre anni belli, con Colantuoni presidente».
Al termine del campionato 1982-83, è ceduto al Cesena, per poi passare, due anni dopo, alla Cremonese. «Con Lugaresi. Personaggio magari folkloristico ma autentico, un gentiluomo. Grandi portieri, a Cesena, in quegli anni: il sottoscritto, Dadina, Seba Rossi, Fontana, Bonaiuti. Il ricordo? Il più curioso è un rigore. No, non parato. Tirato. Monza-Cesena. Nelle giornate precedenti hanno sbagliato in cinque, dal dischetto. L’allenatore Buffoni mi fa: “Te la senti?”. Accidenti a me e alla mia voglia di fare l’attaccante: dico sì. Rigore, guarda caso. Mi trovo davanti il collega del Monza, Torresin: “E tu che ci fai qui?” “Tiro io”. “E se te lo paro?” “Pazienza”. Parato, in due tempi. Mai più provato».
Nel capoluogo lombardo esplode definitivamente, giocando ben sette stagioni, di cui due in Serie A, piena di grandi soddisfazioni («Mi vuole il Napoli, Castellini sta per smettere. Invece finisco a Cremona. Un po’ deluso, ammetto. Ma trovo non una società, una famiglia: Luzzara il papà, Miglioli, il vicepresidente, lo zio, Erminio Favalli il cugino. Sette anni bellissimi, incontro due amici veri, Giandebiaggi e Maspero, che, con Peruzzi e Pessotto, mi resteranno per sempre nel cuore»), culminate con quell’incredibile goal realizzato a Bergamo: «Lo ricordo come fosse adesso, era il 23 febbraio 1992 e stavamo perdendo contro l’Atalanta per 1-0. All’ultimo minuto un compagno batte il calcio d’angolo della disperazione, io lascio incustodita la porta e mi spingo nell’area avversaria. La parabola del pallone è perfetta, mi avvento di testa sorprendendo gli avversari, colpisco con la fronte piena e faccio goal. Gioia indescrivibile, tutti mi abbracciavano, le televisioni e i giornali per un paio di giorni non hanno parlato d’altro. Una volta tanto il mio nome era stato abbinato non a una rete subita, ma a un goal fatto».
La stagione successiva il portiere goleador, che ha al suo attivo anche dieci presenze con la Nazionale Under 21, si ritrova catapultato in una realtà nuova e molto più importante: non più titolare inamovibile in formazioni di provincia, ma prezioso numero dodici nella Juventus, alle spalle di Angelo Peruzzi.: «Quando sono stato ingaggiato dalla Juventus, ho fatto felice mio padre, Lui è sempre stato molto più tifoso di me, più tifoso di qualsiasi altro. Ai tempi di Paolo Rossi, Boniek e Platini, si presentò un giorno al lavoro, con la macchina dipinta di bianconero: a strisce, ovviamente. Dal 1969 al 1979 sono stato abbonato a “Hurrà Juventus”; ricordi da tifoso ne ho tantissimi, quasi tutti legati a grandi successi. Dal vivo, ho ammirato la Juventus due volte a Palermo e poi sempre in televisione. Lo stile bianconero mi ha sempre colpito, sia da tifoso che da avversario; alla Juventus, nulla viene lasciato al caso, persino i dettagli più insignificanti rivestono un’importanza determinante. Doveva essere un’esperienza fugace, invece a Torino mi sono fermato per dieci campionati, coprendo le spalle anche a Van der Sar, Buffon e Carini. Ho giocato più di quanto immaginassi e ho vinto davvero tutto».
In effetti, Michelangelo, approfitta dei numerosi guai muscolari che affliggono Peruzzi e riesce a ritagliarsi un poco di gloria, poiché la Juventus di quegli anni vince tutto. Come nella Supercoppa Italiana del 1995-96, quando entra in campo causa l’espulsione di Peruzzi e contribuisce, con un paio di parate sicure, alla conquista del trofeo.
Con l’arrivo del portiere olandese e di Buffon, lo spazio si riduce notevolmente e a Rampulla non restano che le briciole di qualche presenza in Coppa Italia. Nell’estate del 2002, Michelangelo decide di appendere gli scarpini al chiodo ma resta alla Juventus in veste di collaboratore. Un grande esempio di professionismo da parte di Rampulla che, con le sue enormi potenzialità, avrebbe potuto giocare titolare in qualsiasi squadra, ma che ha sempre preferito rimanere nella sua amata Juventus, anche se questo comportava l’essere costretto a guardare gli altri giocare dalla panchina.

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